E’ da poco scomparso Valentino, uno dei più grandi stilisti di moda. Sono state dette cose molto belle sul suo contributo alla ricerca della bellezza nella creazione di capi di abbigliamento.

Foto 1 Sfilata di moda
Il rovescio della medaglia
Ma c’è un rovescio della medaglia: la ricerca della bellezza nell’abbigliamento contribuisce alla devastazione del pianeta Terra!
Prima di trattare questo aspetto è bene fare una piccola introduzione.
Penso che il senso della vita umana sia il superamento della quotidianità, della ordinarietà.
Sono diverse le modalità con cui si cerca di superare la quotidianità: con la ricerca del sacro e nella ricerca della bellezza con le varie forme di arte (dalla musica alla danza, dalla pittura alla scultura e a tante altre tra cui la creazione di capi d’abbigliamento); si cerca con tanti altri modi di superare la piattezza della vita quotidiana come con la ricerca della bellezza nell’aspetto esteriore, con le tecniche ascetiche, con varie attività sportive, con lo shopping compulsivo, con il tifo calcistico, col gioco d’azzardo, con le droghe, con la sessualità, col possesso e le relazioni con gli animali da compagnia (almeno nell’ Occidente ricco) e tante altre modalità ancora.
Gli stilisti come Valentino cercano la bellezza nella creazione dei vestiti da indossare.
Ma come si è detto c’è un rovescio della medaglia: la moda dà un grosso contributo alla devastazione del pianeta Terra!

Foto 2 e in evidenza Cassonetto ingolfato di abbigliamento dismesso
Tale problema non è legato però specificatamente alla ricerca della bellezza nell’abbigliamento ma a un comportamento che è legato a un altro valore: il consumismo! Il problema è l’enorme consumo di abbigliamento, è la scelta dell’ “usa e getta”! A ben vedere però la ricerca della bellezza nella creazione di capi d’abbigliamento non è separato dal consumismo e dall’”usa e getta” visto le continue sfilate di moda che sono fatte!

Foto 3 Questo avviso su una Chiesa indica la difficoltà di accettare l’abbigliamento e altro che si intende dismettere
A proposito dell’origine di questo comportamento alterato un certo Aurelio Peccei, una cinquantina di anni fa, diceva che dipendeva dall’ubriacatura da abbondanza di petrolio, facilmente estraibile e a basso costo, che, soprattutto dal secondo dopoguerra, ci ha fatto vedere la vita in rosa e trasformabile a nostro piacimento.
In questo articolo però si intende limitare la trattazione del tema e dire alcune cose ben specifiche: le conseguenze ambientali della produzione di abbigliamento!
E’ bene partire da alcuni dati:
- circa 130 milioni di tonnellate di fibre tessili prodotte nel 2025;
- circa 100/150 miliardi di capi di abbigliamento prodotti ogni anno;
- circa 100 milioni di tonnellate di rifiuti tessili prodotti ogni anno.
(ho consultato diverse fonti e ho notato dati molto diversi anche se quelli sopra riportati, pur sempre molto approssimativi e variabili, sembrano comuni a più fonti; bisogna aggiungere che i dati suddetti non tengono conto di tante altre cose relative all’abbigliamento come la concia delle pelli degli animali allevati per i latte e la carne, l’allevamento degli animali da pelliccia e altro ancora)
Le conseguenze ambientali relative alla produzione e alla dismissione dei capi d’abbigliamento
Per quanto riguarda la produzione bisogna dire che in buona parte è stata delocalizzata nel senso che la maggior parte non avviene più nei Paesi di vecchia industrializzazione come l’Europa e gli Stati Uniti ma in Paesi asiatici o di altri continenti.
Il motivo della delocalizzazione della produzione dell’abbigliamento, come del resto per le altre produzioni, è che in questo modo di riducono fortemente i costi. Ma la riduzione dei costi è dovuta soprattutto ai bassi salari corrisposti ai lavoratori, agli orari di lavoro massacranti, alle pessime condizioni degli ambienti di lavoro, ai versamenti nell’ambiente di tutta una serie di sostanze nocive derivanti dai processi produttivi e da altre motivazioni ancora.

Foto 4 Il Rana Plaza – un edificio di otto piani alla periferia di Dacca (Bangladesh ndr), che ospitava negozi, una banca e cinque fabbriche di abbigliamento – si accartocciò su se stesso in 90 secondi uccidendo 1.134 persone e ferendone più di 2.000, in maggioranza giovani donne.
Per fare un discorso completo dal lato della produzione si sarebbe dovuto partire dalla produzione delle fibre tessili, per esempio dalla coltivazione del cotone e del lino che necessitano di immense quantità di acqua e di fertilizzanti, dalla produzione delle fibre tessili artificiali, dalla produzione della lana e dalla concia delle pelli, ecc. Già la produzione dei materiali di partenza per la produzione dei capi di abbigliamento è devastante per il pianeta Terra ma è bene non estendere ulteriormente la trattazione del tema.
Un altro aspetto importante dell’abbigliamento è la sua dismissione!
Sembra che solamente il 10/15 % dell’abbigliamento dismesso venga riutilizzato. Di questa percentuale una piccola parte viene riutilizzato tal quale, dopo essere stata lavata e sterilizzata. Un’altra parte, normalmente quella che contiene fibre di pregio, come la lana e il cachemire, provengono in buona parte da “sfridi”* della produzione industriale e dalla raccolta da parte di enti che si occupano della raccolta e ritiro del tessile urbano. Questa parte viene avviata al recupero dopo che i capi derivanti dalla raccolta urbana sono stati privati manualmente di cerniere, bottoni, elastici e altre parti che danneggerebbero la qualità delle fibre che si vogliono recuperare.
*Lo sfrido indica i residui, gli scarti o le perdite di materiale che si generano durante la lavorazione, il taglio o la posa in opera di prodotti come legno, metallo, carta, tessuti o piastrelle, rappresentando la parte in eccesso necessaria per realizzare il prodotto finito o adattarlo a una superficie. È un concetto fondamentale in ambito industriale ed edile per calcolare le quantità di materiale da acquistare, includendo una percentuale per gli inevitabili scarti. (Treccani)
Una parte consistente dell’abbigliamento dismesso viene inviato in Paesi di altri continenti, come quelli africani, utilizzati come pattumiere del mondo ricco, dove si sono formate montagne di rifiuti, tessili e d’altro genere, perennemente incendiate e su cui moltitudini di diseredati, in condizioni inumane, cercano di vivere recuperando qualcosa.

Foto 5 L’Africa nera è costellata di immense discariche di rifiuti tessili quasi sempre parzialmente incendiate (le nostre “terre dei fuochi” impallidiscono al confronto)
Il video raggiungibile col link sottostante illustra la situazione esistente in una delle tantissime realtà africane e collegate alla dismissione dell’abbigliamento e di altri prodotti.
Con questa breve e approssimativa trattazione si è voluto indicare il rovescio della medaglia delle belle cose dette su Valentino e la ricerca della bellezza nell’abbigliamento.
Fonte foto
La foto 1 è ripresa da https://mediasetinfinity.mediaset.it/news/mediasetinfinity/xstyle/milano-fashion-week-day-2_SE000000000125_t5weu21gurYwgfJiqzEAC6p
Le foto 2 e 3 sono state fatte da me
La foto 4 e il commento sono ripresi da https://www.osservatoriodiritti.it/2023/04/24/rana-plaza-cosa-e-successo-disastro-dacca-bangladesh/#:~:text=A%2010%20anni%20dal%20crollo,Finora%20nessun%20brand%20ha%20accettato
La foto 5 è ripresa da
https://geagency.it/clima-e-ambiente/il-kenya-cimitero-del-fast-fashion-occidentale/